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La Saga del già visto

La Saga del già visto inizia di notte, con due sguardi che s’incrociano in una città allagata di gente, rigorosamente messa in riga dalla cassa dritta del sabato sera.
Vorremmo sottrarci, far finta di niente, tirare dritto. Ma tu sei lì, abbandonata a pensieri che non riesco a ricordare ed io sorseggio un negroni attendendo qualcuno al bancone del bar. Far finta di non vedersi sembra una soluzione quantomeno grottesca e così, sopiti dal destino, diamo il via alla nota "tiritera".

- Ciao.
- Ciao.
- Come stai. Bene tu.
- Bene.

Proviamo a guardarci, ma una pratica tanto intima richiede tempo, se si colloca fra i capitoli vuoti della Saga del già visto. Così gli occhi scappano lontani, fra angoli e soffitti sporchi di ragnatele antiche.

- Novità?
- Tutto al solito.
- Il lavoro?
- Ok.
- Il resto? Alla grande.

Rassegnato all’impossibilità della fuga sento le pupille avvicinarti, in un ultimo momento di decoroso distacco dalla tua figura, sfocata dalle luci timide della dancefloor.

- Beh…allora ciao. Buona serata.
- Buona serata.

In quell’attimo, finalmente, ci guardiamo.
Ed alla generosa boccata d’ossigeno d’un negroni mi appare qualcuno incontrato in una vita passata, un deja-vu. Come svegliarsi sapendo di aver sognato, ma senza ricordare cosa.
È quello il momento in cui capisco:
non ho idea di chi tu sia.
Cerco di ricordare il tuo odore.
Non lo ricordo.
Il sapore che stava fra le tue cosce.
Niente.
Mi chiedo se sia il tempo ad annebbiare i ricordi o se sia la vita, col suo scorrere, ad averci trasformato tanto da renderci sottili linee straniere. Tipiche domande generate dalla Saga del già visto, una saga che per definizione produce noia.
E numerose introspezioni noiose altrettanto.
Allora mi costringo a pensare "chiccazzosenefrega", a buttare giù il negroni, ad incamminarmi verso la musica minimal che conterà il tempo e a concedermi l’ennesimo cocktail.
Forte di una nuova nottata che mi potrà consumare.

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Sesso senza amore

Amo D. ,
essenza d’impossibile
desiderio;
arido fantasma d’una tenerezza
di cemento.

Amo F. ,
e l’infantile adorare un cuore
sporco
di troppe ferite, di etereo
rancore.

Amo O. ,
vizio e solitudine; paura che nega
redenzione;
dimenticar, per esser sempre prossimi
al ricordo.

Amo N. ,
fantasma purpureo, feroce esorcismo
dolente.
L’inchiostro cola vorace su parole d’amore
e silenzio.

Amo S. ,
innocenza colpevole d’un incertezza
comune:
amor che promette amore, per finir a violarne
gli argini.

Amo R. ,
anzi, R. la voglio solo scopare.
Sporcarla d’un seme colpevole,
con cui dimenticare quell’amore
che mi deruba
l’anima.

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Insieme

Nulla più d’una sbronza
rimane al nostro celato
ardire.
Spogli d’ogni vergogna
danzeremo,
ebbri del nostro
reciproco
sapore.

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Neve ed asfalto

Sotto la neve
lattee puttane
contrattan desiderio.
Nel rumore di
un sigaro
ecco sfavillar
redenzione.

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Destino

Se solo ci fossimo
incontrati (penetrati)
liberi da ferite
incolmabili.