Ago
0

Da quando sei partita.

Da quando sei partita, non ho ancora tolto la tovaglia.
I piatti, sporchi, si sono pian piano accumulati: non c’era nessun bisogno di pulire, né di riordinare. Così, tutto è rimasto come il tempo richiedeva, senza che io mi opponessi al disordine, alla sporcizia, alla trasandatezza.
Da quando sei partita la lavastoviglie si è inceppata, un uomo è morto, e le bottiglie di birra si sono svuotate troppo velocemente: sono ancora tutte lì, ordinatamente impilate vicino alla spazzatura, vecchia di giorni.
Da quando sei partita mi è cresciuta la barba: ho cercato un buon motivo per tagliarla, ma nessuno di quelli che ho trovato mi ha convinto a cercare la lametta.
Ho letto ventidue libri, visto quarantaquattro film e scritto settantanove pagine che non leggerà mai nessuno. Case abbandonate, mostri disperati, delitti e droga: ho lasciato che le mie storie si mescolassero a quelle degli altri.
Ho cercato vecchi biglietti, vecchi regali e vecchie parole; ho letto di nuovo, scartato di nuovo, ascoltato di nuovo.
Ma non ho trovato niente.
Da quando sei partita, le risposte si sono accatastate alle domande: con chi sei? Cosa stai facendo? Hai sentito, almeno in lontananza, la mia assenza?
Ed intanto, sono rimasto quasi sempre in mutande: né smoking, né atteggiamenti in qualche modo cordiali sarebbero stati opportuni.
Ho riservato allo specchio le mie poche parole.
Ma lui non ha mai risposto.
Da quando sei partita, ho temuto di stare male.
Di soffrire. Di disperarmi.
Non è stato così: ho semplicemente avuto un continuo, incontrollabile desiderio di capire.
Perché te ne sei andata?
E dove, poi?
Chi ti attendeva, dall’altra parte di un ponte di cui non riesco a vedere la fine?
Da quando sei partita, sono qui.
A farmi domande a cui non esistono risposte.
Per fortuna, ho altri libri da leggere, altri film da vedere.
Altri pensieri da scrivere.
Attendendo un giorno. Quando, forse, tornerai.
Ed i desiderio di farti sentire a casa, mi darà un buon motivo per riassettare.
Tagliarmi la barba.
Togliere la tovaglia, e lavare i piatti.
Ma fino ad allora, il tempo continuerà a passare leggero, senza peso.
Poggiando polvere sulle mie cose.
Ma senza che io senta il bisogno di cambiarlo.
Riuscendo, finalmente, a lasciarlo così com’è.

Ago
0

Comunissime ovvietà (in memoria di un uomo mai conosciuto).

Mentre la fede ti abbandonava, una lama sottile tagliava le vene dei tuoi polsi stanchi.
E così, la vita delle cose che ti circondavano, piano piano, si è spenta.
L’acqua della vasca, l’acciaio del rubinetto.
E la schiuma da barba, che d’improvviso è sembrata lontana un intero universo.
La vita ti ha abbandonato così, lasciandosi dietro le “cose” del tuo viaggio.
Il giradischi, la lampada.
Il rasoio.
Non conosco il tuo nome, né cosa abbia reso tanto allettante il buio di una bara.
So solo che l’hai fatto per amore.
Ma questa è l’unica cosa che so di te. Né nome, né età.
Né quanto fossi distante dai sorrisi della donna che amavi.
Il sangue delle tue vene ha celebrato i suoi capelli morbidi, il suo sorriso infinito.
Ora, lei piange per il rimorso del tuo rancore.
Mentre tu, forse, hai trovato la pace.
Non so se questo sia giusto, né se il bello della tua vita fosse davvero finito.
Ma di fronte alle lacrime egoiste che tormentano i cuori innamorati, tu hai scelto la morte.
Io, invece, ho guardato l’acqua della vasca, l’acciaio del rubinetto.
La schiuma da barba.
E ho ricordato le felicità passate.
Buona fortuna, compagno.
Senza saperlo, abbiamo condiviso un dolore.
Ma abbiamo scelto strade diverse.
Tu il conforto della Morte.
Io, lo smarrirsi fra i sorrisi di chi soffre insieme a noi.
Avrei voluto conoscere la tua storia.
Ma il sangue è sgorgato troppo in fretta, dai tuoi polsi tagliati.
Forse, un giorno, ci incontreremo al cospetto di Dio.
Quando, senza troppa cura, il Signore ci rivelerà i misteri degli amori che ci hanno strappato il cuore.
E insieme, ci rideremo sopra.
Scoprendo che si trattava di comunissime ovvietà.

Lug
1

Ceneri.

“Cenere alla cenere, polvere alla polvere” dice il prete.
“Ancora una birra, e poi sarà tutto finito”.
Mi tocco.
Ma mi piace il suo stile.
E mentre penso alla vita, ed ai suoi tempi supplementari che leggeri gocciolano via, il mondo continua a correre. Frenetico, come quando si era giovani.
Ci hanno detto che morire è un po’ partire.
O viceversa.
Invece, a schiattare son risa sguaiate.
Da ubriachezza molesta, per strada.
Di quelle in cui si prende una chitarra, e si inizia a cantare.
Intoniamo una canzone, allora.
Cantiamo stonati, che non ce ne frega un cazzo; accomunati da questa birra che sta per finire gridiamo versi a caso, abbozzati, di quelli che non si sono mai sentiti prima.
Vite bagasce, Amori piccati dai cuori.
Strade lontane.
Ed il deserto: un’infinito, solitario, deserto.
“Nessuno ha colpa dei miei errori”.
A parte me.
“Avrei voluto capissi il mio dolore”.
Anch’io.
E così, mentre cantiamo, intorno a noi si inizia a danzare.
E’ una ballad nostalgica, eppure i fantasmi volano via.
Così, tutti sorridono: i rimorsi lasciati alle nostre spalle, ed i tentativi di dimenticare riusciti male, danzano con noi.
Senza rancore.
Solo un pensiero: se le cose fossero state diverse.
Più semplici, forse.
Allora, non ci saremmo fatti paura.
“Ma oramai…”, dice qualcuno.
“Cenere alla cenere, polvere alla polvere” riprende il prete, “Stiamo tutti a bere quell’ultima Moretti”.
Un attimo prima che sia davvero troppo tardi.
E senza più bisogno di incazzarci, andiamo avanti.
Finché all’ultimo sorso, non lo faremo più.
Mai più.

Lug
6

L’amore insensibile.

Ti amo, ma non posso fare tardi, che domani lavoro.
Ti amo, ma non voglio smettere di fumare.
Ti amo, ma stasera non ci sono.
Ti amo, ma i tuoi amici mi annoiano.
Ti amo, ma non ti posso dedicare attenzione.
Ti amo, ma ho bisogno dei miei spazi.
Ti amo, ma bisogna trovare il giusto equilibrio.
Ti amo, ma non capisco come cazzo ragioni.
Ti amo, ma non sono d’accordo.
Ti amo, ma…
Ma io sono io.
E tu sei tu.
E questo, nessun sentimento lo potrà cambiare.

Giu
0

Pardonne moi, mon amour.

Quando la musica inizia, ti rivelo il mio segreto.
Tu mi guardi, e per un attimo vedo le lacrime dei tuoi occhi.
Poi butti giù, e inizi a muoverti al ritmo di una flebile milonga.
Ballerini come siamo, sappiamo entrambi che non potremo lasciare a metà la danza.
Accarezzati dal dolore, dunque, balliamo.
Come carcerati in tempi di guerra, i nostri piedi sono incatenati l’uno all’altro.
Scappano insieme, tenendo il ritmo.
Intanto tu, vorresti gridare.
Io solo sparire, graffiato dal tuo amore spezzato.
Perché lo vedo.
Già…lo vedo.
Non so se dipenda dal tuo sguardo, o dai passi della milonga che si son fatti grigi di colpo.
So solo che ormai hai deciso: alla fine di questo ballo, non rimarrà che un tuo ricordo, sporcato dalla mia fragilità.
E mentre ti guarderò andare via, forse anche per me comparirà una lacrima.
Proprio per me, che non ho mai saputo piangere.
Per me, a cui è concesso solo di rimanere appoggiato alle note di questo ballo sensuale, unica felicità che ancora mi lega a te.
Ti stringo forte, allora.
Tu non ricambi.
Ed io, ancora fra le tue braccia, sono nuovamente solo.
Mentre per quest’ultimo attimo, possiamo ancora ballare insieme.