C’è chi ha l’ossessione del viaggio.
Chi, invece, prende per buono il diktat “partire è un po’ morire”
Vorrei far parte del primo gruppo.
Giuro…vorrei.
Invece lasciarmi alle spalle alcune cose mi mette sempre un po’ in crisi.
Un annetto fa -forse qualcosa in più- ho scritto un post simile a questo.
Ero sull’orlo di un lungo viaggio.
Ma alla fine non se n’è fatto nulla.
C’è uno strano sentimento malinconico che prende le persone un attimo prima di salire su un treno, una nave o un aereo.
Non ci credete?
Parliamo degli Erasmus: personaggi semi-illuminati che si fanno sei mesi altrove.
Parliamo di loro, e dell’invidia di tutti gli altri, quelli che invece sono rimasti.
Perché sono indietro con gli esami.
Perché hanno una fidanzata che non vogliono lasciarsi dietro
e cose così.
Anyway…Avete mai visto un Erasmus partire felice?
Cioè…c’è la certezza che sarà fighissimo, ci si divertirà un sacco e via dicendo.
Ma negli occhi di chi parte…la stessa malinconia.
Non so perché, ma a partire ho sempre l’impressione che non si tornerà più indietro.
Che strano…
Ho uno strano rapporto, io, con i viaggi. Niente di nuovo, in fondo…
Ma sono davvero solo io?
Gli Erasmus tornano con la consapevolezza di aver lasciato un pezzo di loro fra le pieghe di qualche città spagnola, o in un vicolo dei palazzi colorati di Oporto.
Ma partire.
Partire è un po’ morire.
Eppure…
Si può vivere senza sapere cosa c’è al di là dell’orizzonte?
Partire è un po’ morire.
Ma si vive per partire, prima o poi.
O forse no…
Freud sarebbe orgoglioso di me, oggi…
Cheers.

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