Archive for Aprile, 2008

Apr
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Step 4. Significati ed esperienze.

C’è da chiedersi quanto -della voglia di scopare che mi caratterizza- sia effettivamente determinato da un desiderio di appagamento fisico tipico del sessuale e quanto, invece, dipenda dal bisogno d’esperienza.
Di storie.
Di quelle strane alchimie che rimangono nella nostra mente, al passare del tempo diventano ricordi, e infine quel qualcosa che rende la tua vita unica, diversa da qualsiasi altra.
Mi viene da pensare che le storie -queste storie- siano l’orgia dell’intelletto, una sessualità spiccia della quale il nostro pensiero ha bisogno, per rimanere vitale. Queste storie sono indissolubilmente legate al sesso.
Queste storie sono il sesso.
Semplicemente.
Perché fare l’amore non è “inserire il perno A nel foro B”. E’ qualcosa di più viscerale ed universale allo stesso tempo.
Fare l’amore è esperienza. E’ vivere un corpo, una vibrazione; una vibrazione creata nell’Altro proprio da te. E’ una sensazione che esplode nell’incontro con una persona -proprio quella e nessun’altra- e che ti lascia un segno.
Indissolubile.
Eppure.
Il nostro mondo monogamico ci dice che tutto ciò è sbagliato.
E’ peccato.
“Non desiderare la donna d’altri”, tuona il Signore.
Sinceramente, se devo pensare a Dio (e ci penso spesso), mi sembra difficile che possa affermare una cosa del genere.
Ma vabbè…ognuno si prende l’oppio dei popoli che si merita.
Anyway…non mi sento di dare retta alla chiesa cattolica quando si tratta di questi temi.
Sarà che ho sempre l’impressione che le parole del Signore siano state leggermente travisate.
Forse Dio cercava solo di dire che alla fine arriva un momento in cui ci si deve fermare. Deve arrivare per forza. Perché in caso contrario, prima o poi, si verrà travolti.
E si finisce come Ulisse.
Ulisse e Dante. Uno alla ricerca della fine del mondo.
L’altro ad ascoltare.
Se dovessi scegliere, ovviamente, preferirei essere Ulisse.
Ma le colonne d’Ercole sono lontane, ed in fondo non so se le voglio vedere.
Alla fine, credo di essere uno di quelli che dopo aver passato decenni a vagare per il Mediterraneo, tornerebbe ad Itaca, si siederebbe sul cesso.
Farebbe una bella cagata.
Scoperebbe Penelope.
E poi, fumando una sigaretta, penserebbe

Finalmente…
Casa.

Cheers.

Apr
1

Libera repubblica di Terronia.

Dato che c’è poco da dire. Su come mai sia scomparsa la sinistra radicale dai pensieri di quei operai che hanno bisogno di realtà politiche in cui credere.

E dato che Casini ha preso il 5.5% e quindi può sfoggiare 3 senatori.

Dato che ora l’idea sarà di sparare contro un magrebino e poi chiedergli “scusa…non ho capito cosa hai detto…”

Dati questi presupposti, non ho proprio niente da dire.

Credo che mi metterò a fumare…

Cheers.

Anzi no.

Strozzatevi con i soldi che risparmierete (?) non pagando l’ICI.

Apr
1

Step 3. Il testo senza un contesto è un pretesto. Ovvero “sul motivo inutile delle mie speculazioni”.

E arriviamo alla parte teorica: il viaggio semioticamente determinato.
O forse no.
Forse farei meglio a scrivere qualcosa di meno tecnico, meno filosofico.
Qualcosa su un manifesto visto per strada.
O sulle specularità del mondo.
Invece no. Parliamo di testi e contesti.
E usiamo anche il linguaggio tecnico.
Perchè se prendiamo per buono l’adagio per cui “ogni discorso è un testo discreto analizzabile indipendentemente da qualsiasi altro”
(tra l’altro…un adagio che mi sono inventato io, qui, ora. Embrayagè totale…)
finisce che ci scordiamo cosa vuol dire “bighellonare in giro per il mondo”.
Fanculo i tecnicismi, quindi, e facciamo 4 parole da tarallucci e vino.
Che se fossimo sbronzi verrebbe anche meglio, sto discorso.
Ma sono le 14, io sono sul treno ed il vino non c’è.
(Ci sono due rapper semi-arabi vicino a me, però.
Cerco di coinvolgere anche loro?
Magari no…
)
Anyway…
Il viaggio.
Parliamo del viaggio.
Esperienza ispiratrice: 3 giorni di Bologna, 3 giorni di Parigi, un tizio algerino che studiava al poli e che ora sta nella capitale francese.
(aspettate un attimo…interrompo la scrittura per interagire con una gnocca seduta a fianco a me)
Dicevamo?
Parlavamo del viaggio e delle esperienze psicoattive che questo attiva fra le nostre sinapsi.
(2 di picche…ovvio)
Ok.
E di testo e contesto, parlavamo.
L’idea è che il viaggio può essere considerato come un cambio radicale di contesto. Se, per quanto mi riguarda, Torino è il contesto culturale -il costrutto culturale- di riferimento, qualsiasi esperienza estranea al contesto torinese è legata ad un contesto alieno, non interpretabile con gli stessi strumenti.
Andiamo con un esempio inutile (sono un grande estimatore degli esempi inutili).
Prendiamo una donna. La vedete in un locale. Questa vi invita a ballare.
C’è feeling.
Passate ore a parlare.
Scatta un bacio.
Il resto…lo sapete.
Ecco, una situazione del genere non è uguale a se stessa se vissuta nel contesto originario (Torino, per me) o se viene vissuta altrove.
Perchè?
Perchè l’influsso interpretativo del contesto sul testo stesso ha una portata estremamente ampia, tanto da rendere due testi identici discretamente diversi al suo variare.
(lo so lo so…ho ceduto ai tecnicismi. Chiedo venia)
La stessa donna, insomma, non è la stessa se conosciuta a Torino o -tanto per tirare a caso- a Bologna.
Bene…dove voglio arrivare?
In questi 10 giorni di viaggio mi sono trovato ad avere a che fare con due generi di persone: quelli che non riescono a trovare il loro contesto originario
(quella Torino tanto amata dal sottoscritto)
e quelli che del contesto originario proprio non riescono a fare a meno.
Anche qui cerco di tradurre in italiano la mia considerazione.
Qualche tempo fa mi trovavo a parlare con Skunk. Si diceva che l’orizzonte del viaggio prevede, prima o poi, di tornare.
Tornare a Torino, dopo una vita a vagare per il mondo, e avere qualcosa in più nel proprio bagaglio, qualcosa che ti permetta di vedere con uno sguardo nuovo tutto quello che avevi già visto.
Beh…c’è chi vuole tornare (i drogati del contesto originario)
e chi no.
C’e chi sta a zonzo. Ed è li che riscopre se stesso.
Chi, invece, può vagare per mesi. Magari anni.
Ma non si libererà mai del suo amore per il luogo dove è nato, è cresciuto.
Dove ha visto per la prima volta le foglie degli alberi cadere.
Io sono all’inizio del mio viaggio: 6 giorni bolognesi e 3 parigini non sono poi gran cosa.
E’ solo l’inizio.
E poi?
Non lo so.
Ma tornerò. Io sono uno di quelli che prima o poi dovrà tornare.
Gli altri, quelli che chiamerei cittadini del mondo, li invidio.
Io sono un cittadino e basta.
Amo le città quadrate e mi perdo sotto portici che profumano di Kebab.
Bologna è tonda.
Parigi è una sfera.
Io, in fondo, preferisco tornare.
Anche se il Kebab, quello, lo trovi ovunque.

Cheers.

Apr
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Step 2. La strada del sonnambulo.

Il cervello si spegne nel momento stesso in cui si

sale su un autobus.
inizia a camminare verso un punto preciso.
ha fretta.

La strada è lì, il mondo pure.
Sei tu che non ci sei.
“devo andare a studiare”
“Sono in ritardo e devo andare in ufficio”.
Percezione fuori uso.

Partire dal punto A
Percorrere 54 metri
svoltare a sinistra
proseguire per 134 metri
raggiungerete il punto B fra pochi minuti.
Grazie per (non) aver viaggiato con Trenitalia.

(tanto per dirne una, visto che sto su un treno a scrivere…)

Si prosegue in questa strana, melanconica, condizione di sonnambuli per quella via, quella piazza o quello strano mercatino tutte le mattine, senza perdere il controllo neppure d’una occhiata.
E alcune cose (fondamentali), semplicemente, scappano.
A Bologna, percorrendo via Azzo Gardino (scusate il nome, ma non è una parolaccia) ci si trova fra il dipartimento di Comunicazione ed il DAMS. A pochi passi da lì, c’è il cinema Lumierè, corrispettivo emiliano al cinema Massimo
(retrospettive e nostalgia del ’68)
verso il quale mi stavo dirigendo.
Stavo per compiere un errore clamoroso.
Trascinandomi nel miglior “Sonnambul-Style”, la musica dell’Ipod ad allontanarmi da tutto, sguardo basso e
(fanculo. No interaction, please. Mi infastidite)
Un errore.
Clamoroso.
Poi.
Un sottile fascio di fotoni chiama.
Sguardo alzato per un secondo.
E di nuovo a terra.
E giuro che stavo per andare avanti.
Ma mi sono fermato.
“Forse è ora che mi svegli”
Torno indietro, guardo con attenzione.
E vedo questo.

Altrecose

Ho proseguito, poi.


Ma ho spento l’Ipod.

Apr
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Step 1. Il mondo allo specchio.

Il mondo allo specchio è uguale al nostro.
Stesse case, stesse vie.
Stesse macchine
stesse persone.
Ma…
Il mondo allo specchio non è uguale al nostro.
Non sono le stesse case. Non sono le stesse vie.
Le persone…Manco a parlarne.
La faccia che ti guarda al mattino si nasconde dietro le occhiaie che tu e lei avete in comune.
Ma quello non sei tu.
Stacco lo sguardo dal cursore lampeggiante del word processor, lo alzo.
Biblioteca, gente che studia.
Normale. Penso
“qui ci sono già stato”.
Ma è il modo in cui la gente sfoglia i libri, impugna la penna o batte sui tasti a farmi capire che
“no”.
“C’è qualcosa che non và…”.
Lo sguardo stranito è ricambiato. Qualcuno mi guarda e capisce -non so come- che io NON sono qui.
Sono dall’altra parte dello specchio.
Eppure…
Qui tutti sono dall’altra parte dello specchio.
Nessuno è dalla parte giusta.
Ti guardano, e vedono quello che vedi tu.
Dov’è la realtà?
Me lo chiedono gli occhi della ragazza di fronte a me che, per un attimo, mi ha spiato.
“Io sono un riflesso”.
Dov’è la realtà?
Di chi è il volto originale, deformato da questo strano gioco di maschere?
La ragazza abbassa lo sguardo.
Io torno a scrivere queste parole.
E tutto sembra tornare reale.