“Cenere alla cenere, polvere alla polvere” dice il prete.
“Ancora una birra, e poi sarà tutto finito”.
Mi tocco.
Ma mi piace il suo stile.
E mentre penso alla vita, ed ai suoi tempi supplementari che leggeri gocciolano via, il mondo continua a correre. Frenetico, come quando si era giovani.
Ci hanno detto che morire è un po’ partire.
O viceversa.
Invece, a schiattare son risa sguaiate.
Da ubriachezza molesta, per strada.
Di quelle in cui si prende una chitarra, e si inizia a cantare.
Intoniamo una canzone, allora.
Cantiamo stonati, che non ce ne frega un cazzo; accomunati da questa birra che sta per finire gridiamo versi a caso, abbozzati, di quelli che non si sono mai sentiti prima.
Vite bagasce, Amori piccati dai cuori.
Strade lontane.
Ed il deserto: un’infinito, solitario, deserto.
“Nessuno ha colpa dei miei errori”.
A parte me.
“Avrei voluto capissi il mio dolore”.
Anch’io.
E così, mentre cantiamo, intorno a noi si inizia a danzare.
E’ una ballad nostalgica, eppure i fantasmi volano via.
Così, tutti sorridono: i rimorsi lasciati alle nostre spalle, ed i tentativi di dimenticare riusciti male, danzano con noi.
Senza rancore.
Solo un pensiero: se le cose fossero state diverse.
Più semplici, forse.
Allora, non ci saremmo fatti paura.
“Ma oramai…”, dice qualcuno.
“Cenere alla cenere, polvere alla polvere” riprende il prete, “Stiamo tutti a bere quell’ultima Moretti”.
Un attimo prima che sia davvero troppo tardi.
E senza più bisogno di incazzarci, andiamo avanti.
Finché all’ultimo sorso, non lo faremo più.
Mai più.