Quando, per qualche istante, scambio uno sguardo con la ragazza che ho conosciuto di fronte al semaforo dell’incrocio, è notte.
Da un pezzo.
Non ricordo quale sia stato l’approccio, ma mi ritrovo, ora, con lei che chiede
-Come ti chiami.
Bel culo, voce poco femminile.
Cappuccio, non la vedo in viso.
Però sorride.
Questo lo vedo. Chiaro.
Qualche momento per riassorbirmi dal freddo della mia pelle, poi rispondo.
Ed è subito sera.
[...]
Mi sveglio.
Il sole non è alto quanto mi aspetterei.
Troppo grigio, nella stanza, perché sia mezzogiorno.
La ragazza incappucciata.
Mi giro…
Chissà dov’è finita.
Mi ha concesso solo un nome, la sera prima.
Ed un locale dove lavora, di notte.
Birre ai tavoli per pagare gli studi: la solita storia.
Ripercorro un attimo le coordinate a cui spedire il mio desiderio di farla ridere.
Stasera.
Poi stacco.
Mi alzo, stiro le braccia e mi chiedo cosa fare mentre preparo il caffè.
Cosa fare, quando sarà sera.
Perché in questi casi
è subito sera.
Senza neanche accorgerti del cadere della luce, dell’allungarsi delle ombre.
Scendono le serrande e da qualche parte, per le vie del centro, compaiono i castagnari che si riscaldano le mani sbucciando marroni.
Le commesse di qualche boutique sfarzosa corrono verso un aperitivo, una cena. Qualche fidanzato a cui non hanno diritto.
Di sera, aria isterica di appuntamenti.
E di rispettivi ritardi.
Mi riempio i polmoni; ancora qualche passo per le vie di una periferia lontana.
Lontana da castagnari, vetrine e completi alla moda.
Mi accontento degli alberi ingialliti dai venti di Ottobre.
Lontano da un locale di cui ho le coordinate.
E’ subito sera.
Mi accendo una sigaretta, e mi stringo nella giacca troppo leggera.
Tutto normale.
Tutto come al solito.

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