Apr
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Step 3. Il testo senza un contesto è un pretesto. Ovvero “sul motivo inutile delle mie speculazioni”.

E arriviamo alla parte teorica: il viaggio semioticamente determinato.
O forse no.
Forse farei meglio a scrivere qualcosa di meno tecnico, meno filosofico.
Qualcosa su un manifesto visto per strada.
O sulle specularità del mondo.
Invece no. Parliamo di testi e contesti.
E usiamo anche il linguaggio tecnico.
Perchè se prendiamo per buono l’adagio per cui “ogni discorso è un testo discreto analizzabile indipendentemente da qualsiasi altro”
(tra l’altro…un adagio che mi sono inventato io, qui, ora. Embrayagè totale…)
finisce che ci scordiamo cosa vuol dire “bighellonare in giro per il mondo”.
Fanculo i tecnicismi, quindi, e facciamo 4 parole da tarallucci e vino.
Che se fossimo sbronzi verrebbe anche meglio, sto discorso.
Ma sono le 14, io sono sul treno ed il vino non c’è.
(Ci sono due rapper semi-arabi vicino a me, però.
Cerco di coinvolgere anche loro?
Magari no…
)
Anyway…
Il viaggio.
Parliamo del viaggio.
Esperienza ispiratrice: 3 giorni di Bologna, 3 giorni di Parigi, un tizio algerino che studiava al poli e che ora sta nella capitale francese.
(aspettate un attimo…interrompo la scrittura per interagire con una gnocca seduta a fianco a me)
Dicevamo?
Parlavamo del viaggio e delle esperienze psicoattive che questo attiva fra le nostre sinapsi.
(2 di picche…ovvio)
Ok.
E di testo e contesto, parlavamo.
L’idea è che il viaggio può essere considerato come un cambio radicale di contesto. Se, per quanto mi riguarda, Torino è il contesto culturale -il costrutto culturale- di riferimento, qualsiasi esperienza estranea al contesto torinese è legata ad un contesto alieno, non interpretabile con gli stessi strumenti.
Andiamo con un esempio inutile (sono un grande estimatore degli esempi inutili).
Prendiamo una donna. La vedete in un locale. Questa vi invita a ballare.
C’è feeling.
Passate ore a parlare.
Scatta un bacio.
Il resto…lo sapete.
Ecco, una situazione del genere non è uguale a se stessa se vissuta nel contesto originario (Torino, per me) o se viene vissuta altrove.
Perchè?
Perchè l’influsso interpretativo del contesto sul testo stesso ha una portata estremamente ampia, tanto da rendere due testi identici discretamente diversi al suo variare.
(lo so lo so…ho ceduto ai tecnicismi. Chiedo venia)
La stessa donna, insomma, non è la stessa se conosciuta a Torino o -tanto per tirare a caso- a Bologna.
Bene…dove voglio arrivare?
In questi 10 giorni di viaggio mi sono trovato ad avere a che fare con due generi di persone: quelli che non riescono a trovare il loro contesto originario
(quella Torino tanto amata dal sottoscritto)
e quelli che del contesto originario proprio non riescono a fare a meno.
Anche qui cerco di tradurre in italiano la mia considerazione.
Qualche tempo fa mi trovavo a parlare con Skunk. Si diceva che l’orizzonte del viaggio prevede, prima o poi, di tornare.
Tornare a Torino, dopo una vita a vagare per il mondo, e avere qualcosa in più nel proprio bagaglio, qualcosa che ti permetta di vedere con uno sguardo nuovo tutto quello che avevi già visto.
Beh…c’è chi vuole tornare (i drogati del contesto originario)
e chi no.
C’e chi sta a zonzo. Ed è li che riscopre se stesso.
Chi, invece, può vagare per mesi. Magari anni.
Ma non si libererà mai del suo amore per il luogo dove è nato, è cresciuto.
Dove ha visto per la prima volta le foglie degli alberi cadere.
Io sono all’inizio del mio viaggio: 6 giorni bolognesi e 3 parigini non sono poi gran cosa.
E’ solo l’inizio.
E poi?
Non lo so.
Ma tornerò. Io sono uno di quelli che prima o poi dovrà tornare.
Gli altri, quelli che chiamerei cittadini del mondo, li invidio.
Io sono un cittadino e basta.
Amo le città quadrate e mi perdo sotto portici che profumano di Kebab.
Bologna è tonda.
Parigi è una sfera.
Io, in fondo, preferisco tornare.
Anche se il Kebab, quello, lo trovi ovunque.

Cheers.

Feb
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Parole.

Da buon Semiologo, parto dal presupposto che la mia filosofia è infallibile (forse per nascondere sotto strati di superbia la “screanzata giovinezza” della materia che studio).
Autoerotismo filosofico a parte, di questi tempi mi trovo a provare inquietudine.
Data la saccenza del mio pensiero, so (non credo, so!) che tale inquietudine è assolutamente motivata.
Non improvvisata. Non metafisicamente abbozzata.
No no…
C’è.
Convinta, violenta.
Mi travolge, e mi porta a pensare che qualcosa si stia rivelando come “profondamente sbagliato”.
Cerchiamo, dunque.
Spulciamo fra le pieghe del nostro vivere e vediamo che cos’è questo malessere.
Ma cosa trovo?
Parole.
Solo parole.
Io adoro le parole. Vivo di parole.
E allora?
Avevo detto che non sarei stato nuovamente qui a scrivere.
Alle 3.
E invece…
Affanculo. Maledette parole…